1. IL GIARDINO PERSIANO

Il giardino del paradiso è un tipo di giardino di antica origine persiana, tradizionalmente simmetrico e chiuso, di forma rettangolare e diviso in quattro quarti con uno stagno al centro, secondo una pianta a quattro volte chiamata chahar bagh (“quattro giardini”). I progetti successivi incorporarono un padiglione o un mausoleo. Denominato originariamente da un singolo nome che indica “un recinto o un giardino recintato”, da pairi (“intorno”) e daeza o diz (“muro”, “mattone” o “forma”), il filosofo e storico Senofonte tradusse il pairidaeza persiano in paradeisos greco. Questo termine è usato anche, com’è noto, per il Giardino dell’Eden nelle traduzioni greche dell’Antico Testamento. In persiano, la parola pardis significa sia “paradiso” che “giardino”. Il giardino recintato viene spesso definito “giardino del paradiso” a causa di ulteriori connotazioni indoeuropee di paradiso. Onnipresente l’elemento acquatico espresso dalla presenza, oltre che dello stagno centrale, di canali, ruscelli e fontane; ciò creò il suono rilassante dell’acqua corrente ed ebbe anche lo scopo pratico di rinfrescare l’aria. Anche il profumo è una caratteristica essenziale, conferito da alberi da frutto e fiori selezionati per la loro particolare fragranza; il terreno dove veniva piantata la flora si trovava a un livello più basso della strada o le passerelle sollevate in modo che i frequentatori potessero facilmente raccogliere la frutta fresca mentre passeggiavano nel giardino.
Il più antico giardino persiano noto alla storiografia ufficiale è stato creato da Ciro il Grande, nella sua capitale Pasargadae, nella provincia di Fars, a nord di Shiraz. È il più antico esempio intatto che suggerisce elementi del giardino del paradiso; aveva una pianta geometrica e corsi d’acqua che scorrevano in canali in pietra, che costituivano l’asse principale e gli assi secondari del giardino, nonché cipressi, ciliegi e alberi di melograno. Nel 330 a.C. Alessandro Magno visitò la tomba di Ciro il Grande e testimoniò che era ubicata all’interno di un boschetto di alberi irrigato da corsi d’acqua. I re achemenidi costruirono giardini paradisiaci all’interno di parchi di caccia reali recintati, secondo una tradizione ereditata dagli Assiri e dai Babilonesi. Nel V secolo, al tempo dell’invasione della Persia da parte di Ciro il Giovane, Senofonte descrisse un complesso di palazzi e padiglioni appartenenti ad Artaserse, in cui si trovavano giardini irrigati da un acquedotto: si tratta della prima fonte nota di scarichi d’acqua e bacini alimentati per gravità disposti in un sistema geometrico. Il generale spartano Lisandro, unitosi a Ciro come mercenario, riferì a Senofonte in che modo i re persiani «eccellevano non solo in guerra ma anche nel giardinaggio, creando parateisos», dove raccoglievano alberi da frutto e animali incontrati durante le campagne militari all’estero. Molte tradizioni orticole islamiche e successive tradizioni europee derivano da quella del giardino del paradiso persiano: ad est i giardini moghul dell’India, un esempio tardivo dei quali è quello del Taj Mahal ad Agra; nell’estremo ovest, i cortili lastricati e piastrellati dell’Andalusia moresca, con portici, piscine e fontane; ma si ritiene che anche i Giardini di Versailles e del Louvre, in Francia, siano ad essi ispirati. Un altro esempio sono, nel Vicino Oriente, le Terrazze bahai sul Monte Carmelo, dotate di ampi giardini dal disegno intricato. La disposizione quadruplice fu in seguito reinterpretata in termini islamici dagli arabi musulmani dopo la conquista della Persia nel VII secolo, trovando una correlazione con il concetto abramitico di Paradiso e di Giardino dell’Eden. In Genesi 2:10 infatti si legge: «E un fiume uscì dall’Eden per annaffiare il giardino; e da lì si separò trasformandosi in quattro teste». Il profeta Maometto, rifacendosi a una tradizione indoeuropea ben consolidata, parlava di quattro fiumi, rispettivamente di acqua, latte, vino e miele.
2. IL MITO EDENICO E LE TERRE DELL’IMMORTALITÀ

Nella Genesi non si dice che il Paradiso fosse un monte o che si trovasse sopra un monte, ma i quattro fiumi che ne scaturivano lasciano supporre quale fosse, a tale riguardo, la concezione primitiva. Essa non era certamente disforme da quella riscontrabile in altri miti affini: il Meru indiano, l’Alburz iranico, l’Asgard germanico e il Käf arabico sono tutti monti. Ezechiele colloca il giardino dell’Eden su un monte scintillante di gemme. Tale credenza rimase poi invariata nei primi secoli del cristianesimo e durante tutto il Medioevo. Molti identificarono il monte del Paradiso con il monte su cui si fermò l’Arca di Noè quando le acque del Diluvio iniziarono a ritirarsi; per Dante, il Paradiso si trova sulla cima del monte del Purgatorio. La credenza più comune voleva il Paradiso non troppo esteso e lo circondava di un muro, talvolta solido, talaltra di fiamma viva. Il muro solido può essere, a seconda dei casi, di cristallo, di diamante o d’altra gemma, di bronzo, d’argento o d’oro. Nel Medioevo il Paradiso non fu più immaginato come un giardino, ma come una città o un castello, circondato da mura solide, provvisto di torri e porte, come si può osservare in molti manoscritti e documenti. Questa fantasia si lega senza dubbio alla descrizione della Gerusalemme celeste nell’Apocalisse. Del resto il Vara, o Paradiso dell’iranico Yima, era anch’esso cinto di mura e conteneva molti edifici. In un libro di Juniore Filosofo, conservato in un manoscritto del secolo X, si parla di un popolo che abita nel paese d’Eden, vicino al Paradiso, e che vive in una condizione di felicità e di innocenza. Quegli uomini vivono di pane che piove loro dal cielo, non conoscono le infermità e vivono cent’anni. In molte delle leggende, coloro che si mettono in viaggio alla ricerca del Paradiso sono avvertiti della sua vicinanza dalla mitezza dell’aria, dallo splendore del cielo, dall’amenità dei campi e dal sorriso dell’intera natura. Il paese del Prete Gianni, situato a poca distanza dal Paradiso, è una sorta di paradiso in sé, dove il clima è dolcissimo, gli animali sono mansueti e abbondano piante di grande virtù e frutti soavissimi, l’oro e le gemme sono copiosissimi e le acque scorrono, mantenendo l’uomo sempre sano e sempre giovane; ci sono persino fiumi di miele e di latte.
Nel racconto biblico si fa riferimento alla fonte che irrigava il Paradiso e da cui nascevano i quattro fiumi, ma non è detto che avesse il potere di perpetuare la vita o di restituire la giovinezza perduta. Ciò non toglie che l’idea di affiancare all’albero della vita anche una fontana di vita e di giovinezza fosse un’idea tanto naturale e consona a una delle fantasie mitiche più diffuse e durature, che prima o poi non potesse sorgere nella mente di qualcuno. A farla sorgere sarebbero bastati i numerosi accenni a una fonte di vita presenti nelle Sacre Scritture, l’esempio dell’autore dell’Apocalisse che, nella Gerusalemme celeste, fa scorrere presso l’albero della vita il fiume della vita; ma anche senza di essi, la fonte meravigliosa sarebbe scaturita nel luogo di tutte le delizie, perché la natura stessa del luogo pareva richiederla e perché essa esisteva già e non c’era bisogno d’inventarla. Nel paradiso indiano sgorga la fonte Ganga, da cui nasce il Gange; nell’iranico sgorga la fonte di vita Ardvisûra; nel cinese è un’immortale fonte gialla dell’eterna giovinezza, che si divide in quattro fiumi o un fiume giallo che ritorna alla sua fonte e ha la stessa virtù; negli Orti delle Esperidi o nell’Elisio sono le fonti dell’ambrosia, cioè del sacro liquore che procura l’immortalità. Nel Satapatha Brahmana si parla di uno stagno le cui acque hanno virtù ringiovanenti. La figura della fontana è ricorrente nelle tradizioni di vario genere e nelle fiabe popolari, alcune delle quali sono senza dubbio molto antiche. Di una spedizione di Alessandro Magno alla ricerca della miracolosa fontana si parla nello Pseudo-Callistene, nei poemi di Firdusi e di Nizâmi, in quello di Lambert le Tors e Alessandro da Bernay e in altre opere. La fontana di vita e di giovinezza doveva dunque scaturire dal suolo benedetto del Giardino della Felicità. Nel Combattimento d’Adamo l’acqua da cui si formano i quattro fiumi sgorga dalle radici dell’albero della vita. Nelle leggende medievali sul Paradiso si fa riferimento con assoluta certezza a una vera e propria fontana. In altre leggende questa fontana appare di nuovo fuori dal Paradiso, con cui può essere in relazione o meno: nel secondo caso, nulla vieta di credere che si ammettessero più fonti diverse; nel primo, la fonte deriva in qualche modo dal Paradiso o è piuttosto un’acqua derivata dalla fonte del Paradiso.
Riguardo i fiumi paradisiaci la tradizione ebraico-cristiana ne menziona quattro, tanti quanti ne provenivano dal monte Meru nella tradizione indiana. La fonte da cui traggono origine, che sia la fonte della vita o della giovinezza, è spesso descritta come ricca d’acque da cui i quattro fiumi hanno origine. La scarsità di acqua in Palestina deve aver contribuito a far immaginare tale copiosità di acque nel Paradiso e questo fatto doveva di molto accrescerne il pregio agli occhi degli Ebrei: in effetti sono frequenti negli scritti dei profeti le lodi dell’acqua fresca, così pure nel paradiso di Maometto. Mandeville dice che, a causa delle grandi acque che provengono dal Paradiso, tutta l’India è come spartita in isole. Precipitando dal monte altissimo su cui fiorisce il giardino, nella sottostante pianura le acque levano un fragore così terribile che le genti delle terre vicine diventano o addirittura nascono sorde. Già dentro il Paradiso, oppure fuori di esso, da un lago che la fonte formava, nascevano i quattro fiumi, il Fison, il Gihon, il Tigri (l’Eufrate) e l’Idume, i quali ridussero alla disperazione quanti cercarono di conciliare ciò che se ne dice nella Genesi con una realtà geografica qualsiasi. Nella Terra Promessa scorrono fiumi di latte e di miele (Esodo III, 8). Dione Crisostomo parla di una terra fortunata nella quale scorrono fiumi di latte, d’olio e di miele, nonché una fontana di verità. Di un fiume di miele che si diceva scorresse in India fanno menzione Ctesia e Onesicrito. Anche nel paese del Prete Gianni scorrevano latte e miele. Che uno dei quattro fiumi, precisamente il Gihon, fosse il Nilo, è credenza antica. Già Giuseppe Flavio asseriva che il Gange, l’Eufrate, il Tigri e il Nilo derivassero dal fiume paradisiaco che circonda la terra. Nel Medioevo quella credenza era molto comune: la confusione, pur ora notata, fra l’India e l’Etiopia dovette favorirla. Secondo gli autori del Bundehesh e dell’Avesta, risalendo l’Indo e il Nilo si giungeva all’Hara-berezaiti. Altri fecero nascere in Paradiso il Giordano, altri il Danubio; Federigo Frezzi fa scorrere dal Paradiso, oltre ai quattro fiumi biblici, anche il Danubio, il Po, il Reno e il Tanai. Ma al Paradiso i soli fiumi d’acqua non potevano bastare, e Tertulliano vi fa scorrere anche fiumi di latte. Più di un rabbino parla di fiumi di latte, d’olio, di vino e di balsamo, e Maometto se ne ricorda descrivendo il luogo di beatitudine destinato ai suoi seguaci; cosa ancora più strana, in quel luogo scorreva anche un fiume di pietre preziose. Inizialmente si parlava di uno o più fiumi che, scendendo dal Paradiso, trascinavano con sé grandi quantità d’oro, d’argento e di gemme. Nel già citato libro di Juniore Filosofo si sostiene che le genti che abitano in prossimità del Paradiso terrestre raccolgono le gemme trascinate da un fiume con delle reti. Secondo Brunetto Latini questo fiume è l’Eufrate, ma secondo Giordano da Sêvérac le gemme abbondano in tutti e quattro i fiumi. I fiumi del paradiso di Maometto hanno le rive d’oro, il letto pieno di rubini e di perle e scorrono fra montagne di muschio.

In Persia il misticismo islamico e il Sufismo, e soprattutto Sohravardí, attinsero alla tradizione mazdea per restaurare e sviluppare il mito della terra polare originale, cui gli stessi autori attribuivano una realtà metafisica. Essa è Hurgalya, situata tra Terra e Cielo, o Al-A’tif, la terra dei Veglianti, dove dimorano gli “uomini dell’Invisibile”. È da questo Centro supremo della Tradizione immutabile che, più o meno direttamente, emanano e dipendono i diversi centri particolari di ciascuna delle forme tradizionali esistenti. La maggior parte dei miti delle origini conserva tracce di questo Centro primordiale: è la Thule iperborea, l’Airyanem Vaêjah iraniano, il Paradêsha indù. Esso non è altro che la “Terra dei viventi”, la “Terra di luce”, la “Terra d’immortalità” che non è stata toccata dalle vicissitudini della “caduta” della razza originale dell’umanità. In questo luogo misterioso e inaccessibile per il semplice fatto che trascende la condizione corporea dimorerebbero i “Poli celesti”, cioè i Custodi misteriosi del nostro mondo. È qui che viene conservato il patrimonio della Tradizionale immutabile, universale e perenne che sussiste continuamente e senza cambiamento attraverso tutto il ciclo d’esistenza: è qui che risiede dunque la fonte originale e l’essenza ultima comune a ogni specifica forma tradizionale che della Tradizione primordiale non è che un riflesso. Il polo Nord rappresenta allora la realizzazione spirituale raggiunta, la trasformazione dell’individuo in un “uomo di luce”. Il continente artico è interiorizzato, e in quest’ottica esso non si situa più in seno alla realtà materiale, troppo terrena per poterla incarnare, esistendo invece in un mondo dello spirito per l’eternità. L’esistenza di una Terra di luce, secondo un’espressione proveniente dal manicheismo, è stata affermata nella maggior parte delle tradizioni, talvolta in maniera esplicita o più spesso implicita, simbolica e velata, costituendone anche il fulcro, il cuore. È chiamata in modi differenti: Iperborea, Terra pura, Terra dell’immortalità, Terra dei viventi, Terra dei giovani, Terra celeste, Terra d’oro, Terra del Sole, ecc. Talvolta assume l’aspetto di una città: Salem, Shambala, la città dei Salici, ecc.; di una montagna: il monte Meru, l’Alborz, il Qâf, la Roccia di Smeraldo, il Monte Alban, Montsalvat, ecc.; di un’isola: Isola Bianca, Avalon, Thule, Ogigia, Isola dei Beati, ecc. Si colloca il più delle volte all’estremo nord. Thule è chiamata anche l’Isola Bianca e il bianco rappresenta l’autorità spirituale. In India l’Isola Bianca (Shwêta-dwîpa) è considerata il soggiorno dei Beati, il che la identifica chiaramente con la Terra dei Viventi. Le tradizioni celtiche parlano soprattutto dell’Isola Verde come Isola dei Santi o dei Beati e al centro di quest’isola si innalza la Montagna Bianca, che non può essere sommersa da alcun diluvio. Essa è, nella tradizione indiana, il Meru, circondato da una fascia verde, sulla sua cima brilla un triangolo di luce: rappresenta la congiunzione tra la Terra e il Cielo, l’umano e il divino, il visibile e l’invisibile, il mondo del Divenire e quello dell’Essere, un mondo attraverso cui prendono corpo gli spiriti e i corpi si spiritualizzano. Ogni uomo, a priori, alla fine della “grande guerra santa”, un processo difficile e pericoloso di purificazione e risveglio interiore, può giungere al polo. Essendo “al di sopra del tempo” egli diventa un “uomo immortale”, secondo il taoismo “trascendente”, ciò che equivale al jivan-mukta della tradizione indù, ossia il “liberato-vivente”. La Terra dalle città di smeraldo designa, nel Sufismo, il polo. In cima alla montagna polare Qáf si trova la “roccia di smeraldo”. L’Imam nascosto, “polo dei poli”, identificato con la stella Polare, risiede nell’Isola Verde. Il verde è il colore della vita, della vegetazione, e parimenti quello dell’iniziazione e della rigenerazione. Si può stabilire un rapporto con il Graal, scolpito, secondo alcuni testi, in uno smeraldo, dunque una pietra verde. “Isola Verde” veniva anche frequentemente chiamata, fin dai tempi più remoti, l’Irlanda; appare chiaro il parallelo con la Groenlandia, letteralmente la “Terra Verde”.

Nell’Odissea si accenna ai Campi Elisi, «il paese lontano dove è il biondo Radamanto, dove la neve, la pioggia e le tempeste sono ignote, dove soffia eternamente la brezza mormorante dell’Oceano, che porta la frescura agli uomini»; questo soggiorno è promesso dal divino Proteo a Menelao, per assicurarlo che egli vi trarrà vita immortale. In Esiodo questo soggiorno di beatitudine è confinato nelle cosiddette Isole Felici, ai confini dell’Oceano, dov’è il regno di Crono (Ogigia) e il soggiorno degli eroi; qui, tre volte all’anno la terra feconda produce il suo dolce frutto. Lo storico Ecateo di Abdera scrisse un’opera Intorno agl’Iperborei in cui descriveva l’isola meravigliosa e la felicità del popolo che vi abitava. Della felicità degli Iperborei parla anche Pindaro nella Pitica X: Apollo gode dei loro perenni banchetti e delle loro lodi e le Muse non li abbandonano mai; anzi per ogni dove è una ridda di cori di vergini, di suoni di cetre, di strepiti di flauti, e convitati con aurei allori alle chiome, lontani dalle malattie, dalla vecchiezza, dalle fatiche e dalle battaglie, nonché dall’azione funesta di Nemesi. Altre volte il soggiorno dell’eterna felicità è immaginato come il giardino di Zeus o il giardino delle Esperidi, e in Pindaro l’isola stessa dei beati è tutta un giardino, dove spirano le aure oceanine e brillano gli aurei fiori. Nell’Ippolito euripideo c’è una magnifica descrizione di questo giardino delle Esperidi, dove si mesciano le fonti dell’ambrosia e la terra benefica accresce sempre i gaudi nel cuore degli immortali. Nel dialogo pseudo-platonico Axiochos così è descritta la sede della beatitudine: «Quelli che sono ispirati da un buon genio hanno sede nella regione dei pii, dov’è ogni abbondanza, prosperità e ricchezza di fiori a sermoni di filosofi e rappresentazioni di poeti, cori e conviti, spontaneamente apprestantisi, e giubilo e vita gioconda; né inverno né estate, bensì primavera eterna; quella è la sede assegnata principalmente agli iniziati che lì vi compiono le sacre cerimonie». A proposito di “giubilo”, lo Zohar (11, 52 b) tramanda che «il fiume che esce dall’Eden porta il nome di Jobel», da cui risulta che l’idea centrale del Giubileo è la restituzione di tutte le cose al loro stato primitivo. Si tratta chiaramente di quel ritorno allo stato primordiale che tutte le tradizioni contemplano; ciò ci illumina sul rapporto tra il Paradiso terrestre e la Gerusalemme celeste: si tratta sempre, in fasi diverse della manifestazione ciclica, del Pardes, il centro di questo mondo, che il simbolismo tradizionale di tutti i popoli paragona al cuore, centro dell’essere e residenza divina (Brahma-pura nella dottrina indù).
3. LA TERRA LUCIDA E L’UOMO DI LUCE
Nella tradizione Sufi, derivata da quella persiana antica, l’Oriente che insegue il mistico, come insegna Henry Corbin, non è «situabile sulle nostre mappe, è in direzione del nord, al di là del nord», al punto che «soltanto un cammino ascensionale può avvicinare a questo nord cosmico». È evidente che il Nord mistico raggiungibile solo con una rottura di livello e una conseguente ascensione “in spirito” non può che essere identico all’Iperborea apollinea, il regno che non si può raggiungere né per mare, né per terra, come evidenzia Pindaro, in cui tutti i “visionari” e i viaggiatori dell’aria si ritrovano, indipendentemente dalle migliaia di chilometri e dai secoli o millenni che li separano l’uno dall’altro: «Orientandosi sul polo celeste in quanto soglia dell’aldilà questa presenza lascia aprire a sé un mondo diverso da quello dello spazio geografico, fisico, astronomico. La “via retta” qui è […] salire sulla vetta, ossia tendere al centro; è l’ascensione al di fuori delle dimensioni cartografiche, la scoperta del mondo interiore che secerne da sé la propria luce, che è il mondo di luce; un’interiorità di luce che si oppone alla spazialità del mondo esterno che, per contrasto, apparirà come Tenebre».
Centrale nella mistica Sufi è la distinzione tra l’Adamo terrestre, «l’uomo esteriore carnale assoggettato agli elementi, alle influenze planetarie e al Destino», e l’Uomo di Luce menzionato nel titolo del saggio di Corbin, «l’uomo spirituale nascosto, polo opposto dell’uomo corporeo», denominato Phôs. Su questa dottrina Orfici e Pitagorici non avrebbero nulla da ridire, e anzi questo mito diventa fondamentale se confrontato con quello orfico su Phánēs, nonché con l’altro mito orfico di antropogenesi, il quale descrive Dioniso bambino ingannato e squartato dai Titani. Ecco la tradizione mitica riportata da Corbin: «Phôs preesisteva, innocente e tranquillo, in Paradiso; gli arconti lo convinsero con un’astuzia a rivestire l’Adam corporale. Quest’ultimo, spiega Zosimo, è chiamato dai Greci Epimeteo, e ricevette da Prometeo-Phôs, suo fratello, il consiglio di non accettare i doni di Zeus, ovvero il legame che assoggetta al Destino, alle potenze di questo mondo». Più avanti Corbin aggiunge: «Il Testimone celeste è una persona di luce, ed è visibile alla tua persona di luce e attraverso essa (il simile è visto solo dal simile)». Questo Uomo di Luce, infatti, «viene a illuminare l’anima, a purificarla, a guidarla verso la Terra di luce da cui essa è giunta all’inizio dei tempi, e dove tornerà e prenderà nuovamente la sua forma originale».
La suddetta Terra lucida è ovviamente l’Isola atemporale in cui permane l’Eterna Primavera dell’Età dell’Oro. Chiamata anche Erân-Vêj, «è il luogo delle memorabili liturgie celebrate da Ohrmazd [Ahura Mazda] in persona, dagli esseri celesti, dagli eroi leggendari». Lì Yima — l’Uomo Primordiale ed Esemplare, il Primo Nato e il Primo Morto — ha nel corso dei cicli cosmici «radunato il fior fiore di tutti gli esseri, i più belli, i più graziosi, per proteggerli dall’inverno mortale scatenato dalle potenze demoniache e per ripopolare un giorno un mondo trasfigurato». Questa Terra di Luce è una copia perfetta della Vera Terra di Filolao, nonché della terra sacra degli Iperborei, che Corbin stesso cita esplicitamente. Qui vive una «razza simile agli angeli, che ignora sia l’Adamo terrestre che Iblîs-Ahriman», «membri di una pura Ecclesia spiritualis, sconosciuti agli uomini e invisibili ai loro occhi». È un mondo di «luci increate», che «secerne la sua stessa luce»: «è un paese senz’ombra, popolato da esseri di luce che hanno raggiunto altitudini spirituali inaccessibili ai terrestri. Sono esseri dell’aldilà: là dove cessa l’ombra che tiene prigioniera la luce ha inizio l’aldilà, ed è questo il mistero cifrato del simbolo del Nord. Allo stesso modo, gli Iperborei simboleggiano l’uomo la cui anima ha raggiunto una completezza e un’armonia tali da essere priva di negatività e di ombra, anima che non è propria né dell’oriente né dell’occidente. Lo stesso è, nella mitologia indiana, per il popolo degli Uttarakuru, popolo del sole del nord dai tratti pienamente e idealmente individualizzati, popolo di gemelli che formano coppie e che tipizzano uno stato di completezza espresso anche [dal] loro paese: un paradiso terrestre nell’Estremo Nord».

Corbin include tutte queste Terre Celesti ubicate nel nord cosmico in quello che egli chiama l’ottavo clima, ovvero la soglia dell’Aldilà. Analogamente alla concezione dell’Anti-Terra e del Fuoco centrale di Filolao, nella dottrina Sufi si fa menzione di una Terra di Luce centrale il cui sovrano è «una divinità di luce eterna, circondata da dodici Splendori», e poi di un piano prossimo a questa, che è appunto quello che Corbin definisce l’ottavo clima. Lo stesso è contemplato dai Mandei, i quali conoscono oltre al Mondo di Luce vero e proprio un mondo intermedio fra quest’ultimo e il nostro, «popolato da una razza divina di uomini superiori, esseri dal corpo sottile a noi invisibile, discendenti dall’Adamo nascosto»; una credenza estremamente simile a quelle riguardanti da una parte l’Iperborea, l’Ogigia o le Isole Beate dei Greci, dall’altra l’Avalon e le altre isole celtiche dell’Eterna Giovinezza.
BIBLIOGRAFIA:
Corbin, Henry: L’Uomo di Luce nel Sufismo iraniano, Mediterranee, Roma 1988
Graf, Arturo: Il mito del Paradiso Terrestre, Manilo Basaia, Roma 1982
Guénon, René: Il Re del Mondo, Adelphi, Milano 1977
Ibn ‘Arabî: Il mistero dei Custodi del mondo, Il leone verde, Torino 2001
Levalois, Christophe: La Terra di Luce. Il Nord e l’Origine, Barbarossa, Saluzzo (CN) 1988
Maculotti, Marco: L’Angelo dell’Abisso. Apollo, il Mito Polare e l’Apocalisse, Axis Mundi, Milano—Soresina (CR) 2023
Pascal, Carlo: La morte e l’aldilà nel mondo pagano, Ghibli, Milano 2020
