Saggio

FEDERICO FELLINI, CERCATORE DELL’INVISIBILE

di Alessia Bicocchi Cinema
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Sembra ancora possibile riuscire ad avvertire Federico Fellini in giro per Roma, con la sua aura speciale e il Borsalino in feltro grigio, animato da un’instancabile febbre in cerca di risposte e ispirazione per la sua arte cinematografica, collezionando tutto ciò che gli altri non vedevano, un po’ come la Luna nell’ Orlando Furioso, dove finiva ogni cosa andata perduta sulla Terra. La Città Eterna era lo studio en plein air del regista mentre teneva a bada gli opposti che convivevano nelle sue giornate raminghe: bianco e nero, stanzialità e viaggio, sogni e idee, caos dei set e suono malinconico del silenzio, cose che si possono toccare e quelle che si possono solo avvertire. Le idee gli giungevano così, come scosse elettriche, non fisiche, ma metafisiche, dal mondo immateriale alla vita terrestre. Lavorava con le sue domande e rigirava tra le mani quelle sue magnifiche ossessioni che lo spinsero a incontrare persone con doti eccezionali, capaci di mostrargli la strada da seguire, tra le tanti possibili, disseminate nei luoghi più improbabili tra il mondo fisico e il regno spirituale, tra il terrestre e il celeste. Sempre il bilico su questa dicotomia, finito e non-finito, visibile e non-visibile, i film del regista riminese fungono da cartina tornasole a questo errare onirico e inquieto della “lucida follia felliniana” alimentata dalla platonica thaumazèin, dallo splendido turbamento, che appare una contraddizione in termini, così intrisa di orrore e fulgore insieme, di fronte allo sconosciuto e al misterioso. Aperto ad ogni esperienza che aprisse varchi tra la realtà terrena e il mondo spirituale, Fellini cercò sempre di andare fino in fondo alla sua sensibilità nervosa e scomoda, che gli faceva vedere, sentire e percepire ciò che lo portò ad avere amicizie profonde con chi fosse capace d’indagare quel Mistero che lui stesso conosceva per esperienza diretta, non contentandosi del mondo saturo di senso, ma aggrovigliandosi in un’intensità che lo innalzava prima e faceva precipitare un attimo dopo, in un’alchimia interiore sismografica che si spense solo alla sua morte, come brace in un fuoco prodigioso.

Fellini e gustavo rol

Attraverso gli occhi del Fellini, saturnino e appassionato di esoterismo, va compresa l’amicizia trentennale, tanto imprevedibile quanto imprescindibile, con Gustavo Adolfo Rol, nata nel 1963 durante viaggi svolti per la preparazione del suo primo film a colori, Giulietta degli Spiriti.
Il regista lo consultava in modo quasi morboso almeno una volta al mese, per qualsiasi mossa e decisione, prendendo aerei da una parte all’altra dell’Italia pur di raggiungere Rol e il suo “spirito intelligente” con cui poteva manipolare la materia e le leggi della fisica. Nella risonanza delle loro anime, frequenti erano anche i momenti di puro gioco nei quali rigenerarsi e “duellare” con i loro talenti, come quella volta a Torino che Rol mostrò a Fellini come riuscisse a camminare sull’acqua, spostare monumenti nel giro di pochi secondi, rimpicciolirsi come un nano o ingrandirsi come un gigante. Il regista, estasiato ed insaziabile di questi viaggi caleidoscopici nel regno dell’infinito, soprannominava bonariamente Rol ‘fratellone’, vedendo in lui il suo maestro spirituale che gli permetteva di accedere a un’altra dimensione dove tutto diveniva possibile. Le credenze e i legami che Federico Fellini nutriva verso il mondo di forze magiche e misteriose, lo portarono sempre a rimanere chiuso nella protezione offerta dalle indicazioni suggeritegli da Rol, come il progetto cinematografico “Viaggio a Tulum”, pubblicato successivamente sottoforma di fumetto da Milo Manara, che non vide mai la luce in versione filmica, avvolto da un malo vento costante, a seguito di inquietanti presagi e telefonate d’avvertimento che Gustavo mandò all’amico regista come ‘ammonimenti’ da parte di forze superiori.

Viaggio a tuulum fellini

Fellini sentiva urgente e viscerale il bisogno di veder svelato, prima o poi, la vera natura dell’esistenza di Dio e in particolare, dell’ Aldilà. Da cattolico credente dal temperamento non addomesticabile, né tantomeno troppo osservante, nei suoi lunghi momenti di crisi e depressione che consumavano la sua fede, Federico cercava percorsi e incontri che lo aiutassero a ritrovare lo spirito di conatus essendi,
quel desiderio irresistibile di esistere. Questa sua dimensione spirituale contemplava il ricorso a strumenti inusuali, come, ad esempio, i tarocchi, l’ I-Ching, le sedute spiritiche (da lui chiamate “le Cosine Sante”) e il consulto con guaritori locali. Una tra tutte, Pasqualina Pezzola, la diagnosta di Civitanova Marche, definita
da Dino Buzzati “un fenomeno paranormale per eccellenza”, che riusciva a ‘vedere’ in trance attraverso il corpo dei pazienti e individuare il male di cui erano affetti, divenendo così meta di pellegrinaggio per oltre mezzo secolo.
Con le sembianze di un’esperienza nel deserto, nel cercare ostinatamente di ritrovare il filo rosso nell’irrazionale senso della vita, Fellini divenne anche esperto di Mandala, convinto del loro saper bene rappresentare l’eterno fluire dell’anima e del mondo interiore. Disegnarli, faceva scattare in lui meccanismi, reazioni ed emozioni sopite nel resto della quotidianità, così come il ricorso a formule magiche che Fellini inventava per abbattere la barriera fra mente conscia e inconscia nello spettatore,
rievocando un mondo arcaico nel quale acquisissero la potenza pura delle preghiere, creando un legame tra il soprannaturale e la vita terrena. Nel film Otto e Mezzo è celebre una scena nella quale Marcello Mastroianni nel ruolo di Guido Anselmi (alter-ego del Fellini confuso di quegli anni in piena crisi creativa), ricordando l’infanzia, sente pronunciata una strana formula magica, “Asa-nisi-masa”, le cui prime sillabe potrebbero essere volte a ricostruire la parola Anima. Federico Fellini lascia questo mondo il 31 ottobre 1993, una data simbolica e sibillina, tesa forse a indicarci un significato ulteriore, il proseguo stesso della sua vita, seppur in altra forma, così come si è ipotizzato per il grande illusionista Harry Houdini, scomparso nello stesso giorno del 1926, tra fughe impossibili e continue metamorfosi. Le luci della vita di Fellini, flâneur tra cielo e terra, si spengono proprio in questa data particolare, lasciando a noi la domanda riguardo se sia tutto “qui”, nel mondo materico, studiabile, analizzabile, attorno a noi, sollecitando lo spettatore a riflettere sul legame tra percezione e cognizione, presenza e assenza, con il sapore di quella bellezza aristotelica dove forme esterne ed interne si fondono, creando uno spazio sacro e inviolabile che ha a che fare con il senso di Verità, mai davvero raggiungibile.