Recensione

Loki, Syrdon e lo studio comparato del mito nello sguardo di Dumézil

Dio dell’ambiguità, Loki è un trickster i cui trucchi e inganni assumono una portata esponenziale, cosmica.

di Ludovico Cantisani Mitologia

“Loki è annoverato tra gli Asi senza essere esattamente un Ase; vive con loro e all’occasione è definito ‘l’Ase che ha nome Loki’, ‘l’Ase astuto’, etc. Compagno di Óðinn nei suoi viaggi, come anche di Þórr nelle spedizioni, egli gode di una meritata reputazione di ingegnosità e in generale pone questa ingegnosità al servizio dei suoi che, senza di lui, si troverebbero a mal partito… Compare al momento giusto, nel luogo voluto, è abilissimo a fuggire, a ‘squagliarsela’. Ha relazioni particolari con il mondo inferiore, con il sottosuolo. Ha anche rapporti con il fuoco. Unico fra gli Asi, possiede un’inquietante capacità di metamorfosi, soprattutto in animale (mosca, foca, giumenta, salmone…) e mette al mondo esseri strani… È insaziabilmente curioso… è fondamentalmente amorale. È insolente, ingiurioso, crea tumulto e litigi, fa delazioni. Mente, non soltanto per salvarsi o salvare gli Asi, ma per il gusto di farlo. È perverso e non resiste all’idea degli scherzi cattivi. È cattivo giocatore, sleale nelle gare”.

Questo è l’identikit di una delle più celebri figure della mitologia norrena, al centro del saggio del grande storico delle religioni francesi Georges Dumézil, intitolato semplicemente Loki, da poco pubblicato da Adelphi nella collana Il ramo d’oro per la traduzione di Silvia Spinnler.

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Loki, Adelphi, 2026

Ricapitolazione di tutti i tratti essenziali di Loki posta esattamente a metà della trattazione, al pari del resto del libro lo sfaccettato ritratto del protagonista assomma due componenti caratteristiche dello stile e del modus operandi di Dumézil: da un lato, una approfondita dossologia delle fonti, in un’ottica comparata meno interessata a distinguere tra una presunta versione originaria del mito e le sue successive rielaborazioni, e incline più che altro a raggiungere uno sguardo empiricamente integrale sull’oggetto dell’indagine; dall’altro lato, il puro piacere della narrazione, che tocca i suoi accenti migliori quando Dumézil inquadra le componenti più oscure del mito di Loki.

Estraneo alle rigidità monolitiche del pantheon regnante, Loki tuttavia nella prima parte della sua “biografia mitica” affianca Odino e Thor – chiamati da Dumézil rispettivamente Óðinn e Þórr come nelle grafie originali dei nomi dei due dèi – dimostrandosi a più riprese essenziale nella riuscita delle loro imprese o nella risoluzione dei più improvvisi pericoli; ma “tutto questo finisce in dramma: presso Ægir, o contro Baldr, Loki si inasprisce, commette il male, il grande male, gratuitamente, spietatamente, ripetutamente, sino in fondo – senza preoccuparsi delle spiacevoli ripercussioni che questo avrà su di lui.

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Loki trova il cuore di Gullveig

A quel punto non è altro che un delinquente braccato, pieno di odio, che fa sfoggio di tesori di ingegnosità senza però sfuggire al supplizio. Da allora, egli attende la fine del mondo, in cui appagherà il proprio odio svolgendo un ruolo di primo piano nella mobilitazione generale delle forze del male”.  Dio dell’ambiguità secondo solo a Dioniso nell’immaginario religioso occidentale per la sua vorticosa bivalenza, Loki è un trickster i cui trucchi e inganni assumono una portata esponenziale, cosmica.

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Georges Dumézil

Originariamente pubblicato in francese nel 1948, il Loki di Dumézil andò incontro a una revisione nella seconda edizione, in tedesco, datata 1959, ma in entrambe le versioni lo studioso lasciava dichiaratamente senza risposta la questione della somiglianza tra il dio scandinavo che dà il titolo al volume e l’eroe Syrdon, al centro delle saghe dei Narti nella mitologia osseta e caucasica.

Rimaneva così irrisolta, come apertamente ammesso dallo stesso Dumézil nella prefazione dell’ultima edizione definitiva, l’alternativa tra il prestito da una società all’altra, e la relativa valutazione cronologica, o la derivazione da un comune modello mitico più antico. Solo nella terza versione del 1985, anche attraverso l’innesto di un capitolo finale tratto quasi a piè pari dal seminale Gli dèi dei Germani di sedici anni precedente, Dumézil arrivò a formulare la sua conclusione, attribuendo le forti somiglianze o meglio omologie tra il norreno Loki e l’osseta Syrdon a un anteriore “tipo mitologico” indoeuropeo rimasto intatto, nei suoi punti fermi, nella memoria collettiva e mitopoietica dei due diversi popoli.

Suggestivo peraltro come la prefazione all’edizione definitiva del Loki sia datata aprile 1985, esattamente un anno e mezzo prima della morte del grande storico delle religioni: quella che si presenta come una monografia sul dio norreno e che in realtà è un saggio a due teste su Loki e su Syrdon forse è meno nota rispetto ad altre analisi di Dumézil, come la sua seminale trattazione dell’organizzazione sociale tripartita propria di tutti i popoli indoeuropei o altre e più ampie disamine di interi pantheon religiosi.

Nondimeno, il Loki riprende alcuni dei punti fondamentali della teoria dumeziliana, riallacciandosi in particolare a Mitra-Varuna. Saggio sulle due rappresentazioni indoeuropee della sovranità del 1940, sia in alcuni passaggi del contenuto sia nell’impostazione strutturale generale, sotto il segno della bipartizione: una dimensione argomentativa e stilistica che, a ben vedere, si adatta estremamente bene al soggetto mitico al centro del saggio.

Sin dall’incipit Dumézil definisce Loki come una delle divinità “più singolari” del pantheon scandinavo, una figura che ha “via via disorientato, scoraggiato o fuorviato tutte le scuole di esegeti” con la sua capacità di essere “l’amico e l’ausilio più prezioso degli dèi e insieme il loro peggiore nemico” – ma la lettura cronologica secondo la quale la variante cattiva di Loki sarebbe apparsa solo al termine di una lunga evoluzione è da Dumézil rifiutata per le forzature che implica.

Dumézil, che in gioventù era stato criticato per aver lavorato eccessivamente di fantasia e bello stile per il suo studio giovanile di comparazione tra l’ambrosia e la mitica bevanda indiana dell’amrtâ, nel Loki devia in partenza ogni potenziale critica sull’uso delle fonti presentando nel secondo capitolo del saggio un’ampia antologia di brani della mitologia norrenica, nonché di leggende locali dell’intera area del Mare del Nord, dedicati al personaggio: ma dal tono quasi giocoso di alcuni dei primi frammenti mitologici si arriva presto a un meraviglioso scontro verbale tra Loki e Þórr in un crescendo di reciproche minacce, fino a includere tra i segni della fine del mondo “un vascello naviga dal Nord: le truppe di Hel stanno per salpare – e Loki è al timone”.

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Mitra-Varuna. Due rappresentazioni indoeuropee della sovranità, Il Cerchio, 2024

Anche la morte di Loki è inquadrata da uno dei testi citati da Dumézil in un’ambientazione apocalittica: “Loki combatte contro Heimdallr ed essi si uccidono a vicenda. Allora Surtr appicca il fuoco alla terra e il mondo intero brucia…”. Senza assumere questa portata metafisica, anche la figura di Syrdon nella mitologia osseta riveste un ruolo analogo a quello di Loki, e presenta tratti caratteriali quantomeno vicini: apertamente definito “malvagio, allegro bugiardo” in uno dei brani originari antologizzati da Dumézil, anche Syrdon riveste congiuntamente il ruolo di aiutante salvifico e di trickster paradossale; e con le sue peculiari doti di prescienza, “Syrdon interpreta volentieri, in stile comico, il ruolo di Cassandra”, commenta Dumézil nella parte del libro dedicata all’eroe osseta.

Altri brani mitici rimarcano la perenne tendenza di Loki – e in misura minore anche di Syrdon – alla metamorfosi animale: secondo una leggenda locale addirittura “Lokki si era trasformato uno dopo l’altro in ogni genere di animali per stabilire quale di essi avesse la vita più dura. Raccontò agli dèi di avere avuto molte difficoltà, come foca, ad affrontare le onde del mare; ma che fu ancora peggio essere un ‘uccello da uova’, il momento più brutto di tutti però l’aveva conosciuto come giovenca, quando portava nel ventre Grani” – ad aumentare il carattere perturbante di queste trasformazioni etologiche, Loki più volte nei mitologemi raccolti e collezionati da Dumézil muta anche di sesso, e si fa generatore di vite animali, o quantomeno ibride.

Il quadro complessivo della figura di Loki si rivela così ancora più frastagliato: “si rileva un abisso tra il dio, simpatico persino nelle sue goffaggini, furbastro più che malvagio, e tutto sommato dedito agli interessi della società divina, che anima la maggior parte dei racconti che ci siamo trovati a esaminare, e il nemico giurato degli dèi, il grande criminale che rattrista irrimediabilmente la stessa società divina con l’uccisione di Baldr e che, alla fine dei tempi, va all’assalto degli dèi a fianco dei mostri”, rimarca Dumézil.

È senza dubbio l’uccisione di Baldr – dio norreno della luce, della bellezza, della purezza e della gioia, figlio di Odino e Frigg, forse il più amato tra tutti gli dèi di Asgard – a rappresentare il punto di svolta, in negativo, nell’immaginario mitico attorno alla figura di Loki: Baldr, tormentato da sogni premonitori sulla propria morte, viene reso invulnerabile da ogni essere vivente dalla madre Frigg, che tuttavia trascura un particolare ramo di vischio, ritenuto troppo giovane e innocuo per poter costituire una minaccia. Loki scopre questa unica eccezione e, approfittando di una gara rituale nella quale gli dèi scagliano contro Baldr ogni sorta di oggetto senza riuscire a ferirlo, consegna il vischio al cieco Höðr e ne guida la mano: il dio viene così colpito e ucciso, inaugurando la progressiva trasformazione di Loki da ambiguo compagno degli dèi a loro irriducibile nemico.

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La morte di Baldr

Analogamente anche Syrdon porta alla morte Sosryko, scoprendo la sola lacuna nella sua invulnerabilità e comunicandola ai suoi nemici: l’eroe, invulnerabile in ogni altra parte del corpo, può essere colpito alle gambe; e la rivelazione di Syrdon permette alla Ruota di Barsag di raggiungerlo proprio nel suo punto vulnerabile, provocandone la fine.

Questa simmetrica colpa inespiabile estremizza l’asintotica corrispondenza tra Loki e Syrdon, e nel miscuglio tra sovrumanità e malvagità, tra goliardia e fallacia, tanto il dio norreno quanto l’eroe osseta emergono in un chiaroscuro dal sapore indistricabilmente tanto antico, titanico, legato a una visione del mondo divino che non è ancora o non è affatto quella cristiana della perfezione e unicità, quanto moderno, per cui questa analoga pulsione di Loki e di Syrdon allo scherzo assume le dimensioni di un fatal flaw compulsivo, che può portare alla morte un dio e condannare ad una miltoniana ignominia l’altro, il flamboyant ideatore del delitto.

La cultura pop contemporanea ci conferma la permanenza soprattutto di Loki nell’immaginario occidentale: interpretato da Tom Hiddleston, Loki è uno dei più popolari anti-eroi dell’interminabile Marvel Cinematic Universe, nato dai fumetti dell’omonima casa editrice specializzata in supereroi, che accanto ai classici Iron Man, Captain America, Vedova Nera, Spider-Man e Hulk ha una vera e propria branca che attinge esplicitamente ispirazione dai grandi personaggi della mitologia norrena. Pur avendo diversi tratti caratteriali in comune, l’astuzia in primis, nel cosiddetto MCU Loki compie un percorso opposto a quello del suo originale mitologico, nascendo come villain nell’originale trilogia dedicata alla versione supereroistica di Thor e inaugurata nel 2011 dal regista di impronta shakespeariana Kenneth Branagh, ma qualificandosi sempre di più come un utile alleato di Thor e degli altri eroi positivi della saga di cinecomics, gli Avengers, fino a diventare protagonista assoluto di una serie a lui dedicata e distribuita in due stagioni tra 2021 e 2023 sulla piattaforma streaming Disney+.

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Thor e Hymir

Tornando indietro nel tempo dalla cultura pop a quella popolare, fino a pochi decenni prima la redazione del saggio di Dumézil si sentiva pronunciare nelle campagne inglesi questo scongiuro sospeso tra cristianesimo e paganesimo: “Padre, Figlio e Spirito Santo/inchiodate il diavolo a questo palo!/Con questo martello io batto tre volte:/una per Dio, una per Wod, una per Lok!”. Dalla lettura del Loki di Dumézil emergono anche connessioni inaspettate tra la mitologia norrena e quella classica, che lo studioso sceglie di non approfondire: una leggenda specifica delle isole Færøer racconta di un uomo chiamato Lokki preso come servo da un gigante, che per affrancarsi e possedere tutte le sue ricchezze lo acceca di notte svegliandolo di soprassalto e infilandogli un palo di ferro incandescente nell’occhio, con un notevole parallelismo con l’episodio di Polifemo nell’Odissea – così come tanto Baldr nell’universo mitologico scandinavo quanto il suo corrispettivo Sosryko in quello osseto-caucasico dimostrano delle affinità palpabili con Achille e con il suo proverbiale tallone.

Il vero approdo dell’interpretazione congiunta che Georges Dumézil fa di Loki e di Syrdon è la categorizzazione di questi due personaggi, e del loro comune antecedente indoeuropeo, sotto il tipo mitico del “dio dell’intelligenza riflessiva”, naturalmente preposto ad accompagnare il sovrano e ad affiancare gli eroi – senza intellettualizzare il mito, ma riconoscendone la componente cognitiva e quasi gnoseologica.

Nel Loki Dumézil non spazia solo tematicamente e geograficamente, ma anche sul piano dell’esposizione: e pur avendo scelto di ritagliarsi per questo volume uno specifico campo di indagine nella comparazione di un dio e di un eroe di due mitologie solo all’apparenza lontane, a più riprese lo studioso formula degli assunti generali in materia di storia delle religioni.

Uno dei principali riguarda proprio l’utilizzo delle fonti e le modalità di lettura critica delle stesse: criticando a sua volta quei filologi che hanno incentrato il loro metodo in una lettura critica delle fonti e delle raccolte antiche di miti nello scopo illusorio di ritrovare i mitologemi nella loro pura formulazione originaria, Dumézil sancisce che “l’ipercritica è per così dire la malattia naturale di ogni filologia abbandonata a sé stessa”, sintomo in realtà di una vera e propria scissione rispetto all’universo mentale di chi raccontava e credeva in quei miti sempre cangianti. In queste pagine teoriche Dumézil si diverte a tratteggiare una vera e propria psicologia del filologo critico impegnato capziosamente a rifiutare quanti più testi possibili delle sopravvivenze testuali arcaiche posti alla sbarra della sua scrivania: “dal momento che mi sento autorizzato a immaginare l’antico autore alla sua scrivania che lavora su schede, sforzandosi di collegarle senza trascurare nulla e di colmare le lacune; in breve, dal momento che io, filologo e critico, vedo in questo autore un collega il cui compito era costruire, con mezzi opposti ai miei, un edificio filologico che è compito mio demolire, è inevitabile che io mi faccia prendere dal gioco, che m’impegni in una sorta di duello e che, nel tentativo di scoprire le intenzioni, gli artifici, le astuzie dell’avversario, gliene attribuisca generosamente alcune che egli non ha mai avuto.

Mitologia - LibreriaRotondiEdda
Edda, Adelphi, 1975

Dato che non è di fronte a me a difendersi, vinco sempre io e ogni mia vittoria riduce il credito che penso si possa accordare a un testimone a priori sospetto”. In particolare, Dumézil dissente dalle critiche che Eugen Mogk aveva espresso contro Snorri, autore e/o compilatore dell’Edda in prosa, la più grande e influente raccolta di mitologia norrena: negli anni venti del Novecento, il filologo tedesco aveva infatti sottoposto l’opera a una radicale revisione critica, sostenendo che numerosi racconti mitologici di Snorri fossero costruzioni novellistiche elaborate a partire da allusioni poetiche e da materiali della tradizione più antica, e che pertanto non potessero essere assunti come testimonianze attendibili della mitologia norrena finché erano tramandate nella sola Edda snorriana; proprio contro questa forma di ipercritica Dumézil costruisce la propria difesa dello scrittore islandese, mostrando come alcuni dei materiali da lui tramandati trovino riscontri strutturali in tradizioni germaniche e, più ampiamente, indoeuropee.

Ricusando tanto la mera indagine analitica dei documenti quanto il soggettivismo dei giudizi retrospettivi di merito, nel Loki e in generale in tutto il suo percorso accademico e intellettuale Dumézil propone una terza via di interazione con le fonti: quel metodo comparativo di cui fu uno dei principali campioni, nel Novecento, nell’ambito della storia delle religioni. Non diversamente da Loki e dalle sue grandi capacità in materia di “arte della fuga”, anche il mito in quanto tale è ontologicamente sfuggente, e lo si coglie più a fondo nelle comparazioni, nelle simmetrie, nelle mutuali implicazioni tra tradizioni mitiche distanti, che rivelano sottotraccia una comune origine.

Contro una critica filologica che riconduce il mito unicamente al suo dato testuale, ma evitando anche l’opposto pericolo di una ricerca a vuoto di un’inattingibile oralità perduta, Dumézil pone a più riprese l’accento sull’autonomia e sull’autosufficienza del pensiero mitico.

La concezione del pensiero mitico proposta da Dumézil è radicale perché, nel rimarcare la constatazione che questo si collochi a metà tra pensiero onirico e verbale, lo studioso mette in evidenza che il pensiero mitico basta a sé stesso, e che le dinamiche narrative dei miti “rappresentano la presa di coscienza immediatamente immaginifica e scenica dei rapporti essenziali, senza che in nessun momento vi sia separazione dall’insieme”, con una natura mista di immaginifica e logica.

La figura di Loki colta nella sua analisi assume così la funzione eminentemente strutturale di sintomo: filo sfuso di un gomitolo incommensurabilmente grande, Loki è un personaggio sotto diversi aspetti laterale di una specifica mitologia del Nord Europa, eppure la disamina dei suoi tratti e delle sue inaspettate simmetrie con altri personaggi della mitologia concettuale ci consente di addentrarci ad ampie falcate nel cuore dell’universo mitico e concettuale indoeuropeo.

Lo stesso si potrebbe dire di Odisseo rispetto all’orizzonte religioso e tout court mentale greco-antico: i personaggi più sintomatici della mitologia sono spesso quelli che, parafrasando Heidegger, scaturiscono fuggendo via e trovano la loro sintesi in continui differimenti e diffrazioni della loro identità. Il mito corre: sta prima al mitografo e poi al mitografo l’onore e l’onere di stargli dietro.