L’etimologia del nome “Orfeo” costituisce ancora oggi un enigma irrisolto. Konrat Ziegler, nel suo articolo redatto per l’Enciclopedia delle Antichità Classiche di Pauly, dopo aver passato al vaglio tutte le interpretazioni antiche e moderne disponibili, è costretto ad ammettere che nessuna di esse sia del tutto convincente.
L’etimologia che sembra avvicinarsi di più alla verità è quella che fa leva sui termini greci òrphne = “oscurità/tenebra/notte”, orphnaìos = “notturno/tenebroso”[1]. Orfeo l’oscuro, dunque, o il notturno. Il dato è confortato dal rimando all’ambiente operativo dei misteri che il cantore trace avrebbe istituito, poiché essi si officiavano durante la notte, in luoghi cavernosi caratterizzati dall’oscurità. In questo senso, Giovanni Semerano individua una parentela stretta del nome Orfeo con l’akkadico erebu (fungibilità delle labiali f/b), dal significato di “sera/tramonto del sole/ovest”, che oltre a designare indubbiamente l’ascendente lessicale del greco Erebos, la tenebra primordiale (nel cosmo luminoso retto da Zeus poi relegata nell’estremo occidente presso il regno dei morti), costituirebbe anche la base linguistica del nome del cantore trace[2].
Il già accennato rapporto di Orfeo con i misteri è assai proficuo, poiché Semerano, con la naturalezza che lo caratterizza, entra di prepotenza nella secolare questione dell’origine dalla parola mysterion (ma anche della parola mystes = “iniziato”), e servendosi ancora una volta dell’akkadico ne individua con coerenza l’ascendente nelle parole musu/musitu = “notte” o musita = “nottetempo”[3]. Da musu/musita deriverebbe anche il nome di Museo, allievo o figlio di Orfeo, da Numenio di Apamea identificato col Mosè biblico[4].
La lingua dei Babilonesi rivela l’indissolubile legame del personaggio con le plaghe d’oriente. Ed è lì, in effetti, che la magia di Orfeo sembra dispiegarsi con maggior forza, come testimoniano anche il bel ritratto musivo del III secolo, con didascalia in siriaco, proveniente da Şanliurfa (l’antica Edessa), nonché il legame dei Sabei di Harrān con quello che consideravano uno dei loro maggiori profeti, nonché, ancora, il noto impiego che il cristianesimo primitivo fece della classica iconografia del cantore, associato al Cristo nelle vesti del buon pastore attorniato dagli animali. Del resto, Orfeo è sempre raffigurato con in capo un berretto frigio, tipico delle popolazioni orientali dell’Anatolia e della Persia.
Eppure, la tradizione fa di Orfeo, figlio di Eagro (secondo altre versioni del mito figlio di Apollo in persona), un trace, proveniente dunque da una regione nord-europea, più che orientale. Sgombriamo subito il campo da possibili fraintendimenti. Quando si parla di “Tracia” non si deve pensare alla regione storica che porta questo nome. “Tracia” è solo un simbolo, è metonimia per “Nord”[5]. Orfeo è uno che viene contemporaneamente dall’Est e dal Nord.
Come si spiega questo? Si spiega in quanto Orfeo non calca la terra di questo mondo, è uno che viene da un Altrove che è fuori di essa: Orfeo è un nome del Sole. Si fa avvertenza che ciò non è in contraddizione con la natura notturna che abbiamo tratteggiato, e se ne darà conto in seguito; basti per ora aver chiaro che i percorsi mentali logici che caratterizzano noi moderni poco o nulla hanno a che vedere con la psicologia prelogica degli antichi, per la quale, in luogo di opposizioni e distinzioni, il cosmo era piuttosto un ricettacolo di analogie, similitudini e connessioni che andavano al di là della definizione delle cose[6].

Ciò che nel mondo fenomenico appare come una contraddizione, nel mondo noumenico è identità. Come Eraclito insegna, “pòlemos (la contesa) di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re”[7], e però, infine, come lògos, tutte le cose riconduce all’Uno (coniunctio oppositorum)[8]. Nella ciclicità delle cose tutto si ricompone, di necessità. Così come non può esservi il due senza l’uno, non può esservi il giorno senza la notte.
Secondo il mito, il culto monolatrico di Orfeo, che ogni mattina tributava il saluto al padre-Sole nascente sul monte Pangeo, suscitò le ire di Dioniso, che gli scagliò contro le Menadi (Men– è radicale che designa il concetto del lunare[9]), le quali, invasate dal furor bacchico, lo uccisero e lo fecero a pezzi[10]. Lo squartamento di Orfeo, oltre che ricordare un tema sciamanico ricorrente, allegoria della trasmutazione[11], a livello strettamente cosmologico simboleggia i primi quattordici giorni del mese lunare[12], quando la luce del Sole è frammentata e “fatta a pezzi” dalla Luna, fino a giungere al quindicesimo giorno, il plenilunio, in cui il Sole, ormai in opposizione perfetta alla Luna, rimane come una maschera-teschio da essa indossata[13].
Così la testa di Orfeo staccata dal corpo viene accolta nella caverna di Antissa, a Lesbo, sacra a Dioniso, dove inizia a profetizzare. Da semplice cantore, Orfeo, dopo aver attraversato la notte dolorosa dell’iniziazione, rinasce profeta e Sole rinnovato. Orfeo, primo mystes, si fa quindi a sua volta maestro degli iniziati istituendo i misteri.
Orfeo è il primo raggio del nuovo Sole che nasce dalla notte; è anche la forza cosmica solare i cui intervalli di misura (simboleggiati dalla sua lira[14]) tengono insieme l’harmonia mundi. Quegli animali, che egli ammansisce col suo canto magico, sono le anime, ma anche le stelle[15] (anime e stelle si identificano nella concezione orfica[16]). Idealmente al centro della caverna cosmica, Orfeo è il supremo sciamano. Il suo nome, oltre al rapporto con la notte e l’oscurità (quella della caverna cosmica, è ora ovvio), rivela anche un rapporto con il nome semitico della gazzella.
In ebraico, il nome proprio femminile Ophrah/Orphah, significa proprio “gazzella”[17]. È uno dei classici travestimenti dello sciamano, che assume la suprema identità con le anime/animali/stelle che intende guidare nell’aldilà astrale sulle note del suo strumento. Orfeo si serve della lira, ma altrove troviamo strumenti a fiato, come nelle raffigurazioni dell’Egitto predinastico, dove lo sciamano, in veste di cane o di sciacallo, conduce schiere di anime/animali suonando il flauto[18].
Poiché l’iniziazione è come una morte[19], c’è identità suprema tra iniziati, anime e stelle. Il percorso iniziatico/liberatorio dei misteri prepara a quello che è il percorso dell’anima disincarnata attraverso le stelle. Come le anime escono dalla caverna mondana per ascendere alle stelle ove dimorano, così l’iniziato, ancora in vita, discende in cavernose oscurità (esteriori quanto interiori) per uscirne, come Euridice, idealmente in spirito, rinnovato, e, sotto la guida di Orfeo, raggio di luce che balena nelle tenebre, “puro e disposto a salire a le stelle”.
BIBLIOGRAFIA
BONIFACIO Antonio: I popoli dell’Orsa Maggiore. Lungo la via degli orsi e degli sciamani, Simmetria Edizioni, 2020;
CASELLA Andrea: La macchina del tempo. Saggio sulla cosmoteologia arcaica, Axis Mundi Edizioni, 2023;
CHIARINI Gioachino – GUIDORIZZI Giulio (a cura di): Igino, De astronomia, Adelphi, 2009.
GRAVES Robert: I miti greci, Longanesi, 1963;
FRATINI Alberto – PRATO Carlo: Orfeo e i Sabei di Harrān, Aseq, 2021;
REALE Giovanni (a cura di): Platone. Tutti gli scritti, Bompiani, 2001;
SEMERANO Giovanni: Le origini della cultura europea, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1984 – 1994;
TONELLI Angelo (a cura di): Eraclito. Dell’Origine, Feltrinelli, 2012;
TUBI Carlo: Regalità e sciamanesimo nell’Antico Egitto, Il Cerchio, 2005.
[1] A. FRATINI – C. PRATO, Orfeo e i Sabei di Harrān, Aseq, 2021, pp. 120 – 121.
[2] G. SEMERANO, Le origini della cultura europea, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1984 – 1994, p. 19.
[3] G. SEMERANO, ibidem.
[4] A ben vedere, Mosè trascorse quaranta giorni e quaranta notti (il periodo di occultamento delle Pleiadi) in cima al Sinai al cospetto di Yahweh. In quell’occasione sulla cima del monte discese una coltre di nubi che lo nascose (Esodo, XXIV, 15 – 18).
[5] A. FRATINI – C. PRATO, Orfeo cit., p. 170.
[6] A. CASELLA, La macchina del tempo. Saggio sulla cosmoteologia arcaica, Axis Mundi Edizioni, 2023, p. 4.
[7] Fr. 22 Tonelli.
[8] Fr. 69 Tonelli.
[9] A. CASELLA, La macchina cit., p. 218.
[10] R. GRAVES, I miti greci, Longanesi, 1963, 28, d.
[11] A. BONIFACIO, I popoli dell’Orsa Maggiore. Lungo la via degli orsi e degli sciamani, Simmetria Edizioni, 2020, p. 120.
[12] Una divisione in quattordici parti è anche quella del corpo di Osiride.
[13] A. CASELLA, La macchina cit., pp. 131, 296.
[14] La lira di Orfeo (Igino, De astronomia, II, 7) è raffigurata in cielo nella costellazione della Lira, la cui stella principale, Vega, costituiva la stella polare durante l’era paleolitica. Secondo una prospettiva che muta da polare a equinoziale, Orfeo stesso insegna che le sette corde della sua lira erano un’immagine delle Pleiadi (A. CASELLA, La macchina cit., p. 93). Metronomo fondamentale del cosmo arcaico, la levata e il tramonto delle Pleiadi in epoca storica avveniva in prossimità degli equinozi, i punti di equilibrio in cui l’eclittica e l’equatore celeste si incrociano e dove il giorno e la notte sono di pari lunghezza, mimando la condizione di aurea perfezione atemporale dei primordi.
[15] Pseudo-Luciano, De astrologia, X.
[16] Ancora Platone, servendosi di Er, vede le anime correre a reincarnarsi sotto forma di stelle cadenti (Repubblica, X, 621 b).
[17]A. FRATINI – C. PRATO, Orfeo cit., p. 153. Gli Autori proseguono ricordando l’episodio neotestamentario (Atti, IX, 36 – 43) della resurrezione di Tabitha, altro nome che significherebbe “gazzella”. Questa resurrezione avrebbe ovviamente un significato iniziatico.
[18] C. TUBI, Regalità e sciamanesimo nell’Antico Egitto, Il Cerchio, 2005, p. 71. Nell’Egitto storico Anubis, dio dalla testa di sciacallo, è lo psicopompo per eccellenza, ed è associato a Sothis-Sirio, stella liminare, posta sull’esatta linea dell’orizzonte, tra il mondo dei vivi e quello dei morti (cfr. Plutarco, Iside e Osiride, 44).
[19] Celeberrimo l’accostamento, propugnato da Plutarco, tra il verbo teleutai (morire) e teleisthai (essere iniziato).