Saggio

Henry Corbin e l’immaginazione creatrice: una soglia verso l’invisibile

L'immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn' Arabi

Filosofia
Sufismo

Henry Corbin (1903–1978) è stato filosofo, orientalista e figura centrale nei convegni di Eranos, accanto a Carl Gustav Jung. Tra i massimi studiosi del Sufismo, non si limitò ad analizzarlo come mero oggetto di studio accademico: lo attraversò come esperienza viva, come percorso di trasformazione interiore, come soglia verso dimensioni del Sacro oblìate dall’Occidente moderno.

Al centro della sua opera pulsa un’intuizione radicale: il dramma della modernità nasce dall’aver smarrito il mondo intermedio, quel regno sottile dove spirito e materia si incontrano. L’Occidente ha ridotto l’immaginazione a fantasia soggettiva, a teatro privato di illusioni. Corbin, seguendo Ibn ʿArabī e il sufismo iranico, la restituisce invece alla sua dignità cosmica. L’immaginazione creatrice (khayāl) non inventa: percepisce. È organo di conoscenza, facoltà visionaria capace di accedere al Mundus Imaginalis, l’ʿālam al-mithāl, l'”ottavo clima”, il paese del “non-dove”.

In questo territorio le anime assumono forma, gli angeli diventano visibili, i simboli cessano di essere allegorie e si rivelano eventi reali. È la geografia delle teofanie, delle ascensioni profetiche, delle apparizioni. Senza questo intermondo, ogni religione si irrigidisce in dogma o precipita nel nulla secolarizzato.

La critica di Corbin al monoteismo essoterico è netta: quando Dio viene concepito come ente separato, sovrano distante e oggetto supremo, nasce l’idolatria metafisica. Il sacro si svuota, il cielo si chiude, il mondo diventa materia muta. Contro questa desertificazione spirituale, Corbin recupera l’angelologia islamica: l’angelo non è decorazione mitologica, ma il volto personale del divino, il mediatore tra l’uomo e l’abisso dell’Assoluto.

In questo percorso di risveglio spirituale, cruciale è stato l’incontro con la figura colossale di Ibn’Arabi.

Muḥyī al-Dīn Ibn ʿArabī (1165–1240), nato in Andalusia, è lo Shaykh al-Akbar, il “Grande Maestro” del sufismo. La sua cosmologia è tra le più vertiginose della storia spirituale. La dottrina della Waḥdat al-Wujūd (Unità dell’Essere) proclama che nulla esiste realmente fuori da Dio. L’universo intero è una teofania perpetua, un’immensa respirazione divina.

Dio, secondo Ibn ʿArabī, era un “Tesoro nascosto” che desiderò essere conosciuto. Da questo desiderio nasce il cosmo: non come creazione esterna, ma come autorivelazione. Ogni creatura diventa specchio di un Nome divino. L’uomo perfetto (al-insān al-kāmil) è il punto in cui il divino prende coscienza di sé attraverso la forma umana. La realtà intera diventa liturgia cosmica.

Nel cuore del sufi avviene la trasfigurazione decisiva. Il qalb, il cuore spirituale, è mobile, plastico, infinito: può assumere ogni forma senza perdere l’unità. È tempio, deserto, monastero, Kaʿba interiore. Per questo Ibn ʿArabī può scrivere versi scandalosi per ogni fanatismo: “Il mio cuore è divenuto capace di ogni forma”.

L’immaginazione visionaria permette di attraversare i veli della realtà. Le immagini autentiche non svaniscono: persistono come corpi sottili. In esse il visibile si spiritualizza e lo spirito si rende visibile. È il segreto del barzakh, la soglia che unisce gli opposti senza confonderli.

Anche Dante, letto attraverso Corbin e gli studi di Asín Palacios e Cerulli, appartiene a questa costellazione visionaria. La Divina Commedia e i racconti islamici del Miʿrāj (l’ascensione celeste del Profeta) condividono una struttura ascensionale: cieli concentrici, gerarchie spirituali, guide angeliche, itinerari interiori.

Beatrice e Gabriele diventano figure speculari di una stessa pedagogia dell’ascesa. Il viaggio ultraterreno non è morale né fantastico: è ontologico.

Franco Galletti e Alberto Ventura, in un incontro organizzato dalla Libreria Rotondi (che potete vedere interamente sul canale della libreria qui), hanno esplorato con seria profondità filologica questo filone. Galletti parla di una catena iniziatica che collega trovatori provenzali, scuola siciliana di Federico II, Guinizelli, Cavalcanti, Dante, Petrarca e Boccaccio. La donna angelicata dello Stilnovo rappresenterebbe una manifestazione del divino, un tramite verso una conoscenza superiore.

Ventura ricostruisce la storia degli studi sulle fonti islamiche della Commedia. Le analogie con il Miʿrāj sono numerose: la guida spirituale, l’Inferno come imbuto concentrico, il contrappasso, il monte del Purgatorio, i cieli paradisiaci, la visione finale della luce divina. La scoperta del Libro della Scala di Maometto, tradotto nel Medioevo in latino e francese, fornì prove della diffusione di queste narrazioni nell’Europa medievale.

Dante, sia chiaro, non plagiò fonti islamiche, ma si inserì in un clima culturale mediterraneo dove idee, simboli e racconti circolavano continuamente. Nella poesia sufi come nello Stilnovo, la bellezza umana è ponte verso la bellezza divina. L'”amor che move il sole e l’altre stelle” riecheggia il nafas al-raḥmān, il Soffio compassionevole con cui Dio rinnova incessantemente la creazione.

Il volume L’immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn ʿArabī (1958), pubblicato da Mimesis, alla luce di queste considerazioni, non è un semplice saggio accademico, ma è un invito inizatico a riscoprire una dimensione dimenticata dell’interiorità.

L'immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn 'Arabi libreria rotondi
L’immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn ‘Arabi libreria rotondi

Corbin parte da una provocazione: in Occidente l’immaginazione è stata degradata a “fantasia”, capriccio della mente che produce illusioni. Per Ibn ʿArabī è tutt’altro: un organo di percezione oggettiva, una potenza che Corbin chiama Imago-Magia, capace di collegare l’uomo a un intermondo reale. Nel Mundus Imaginalis, tra il mondo fisico (mulk) e quello puramente intellettuale (jabarūt), spiriti prendono forma corporea e corpi si fanno spirituali. È il luogo delle teofanie divine, delle visioni profetiche, degli eventi escatologici.

Al cuore del libro sta la visione di Ibn ʿArabī, tratta dai Fuṣūṣ al-ḥikam e dalle Futūḥāt al-makkiyya. Dio è l’Unico Essere, un Tesoro Nascosto che “volle essere conosciuto” e manifesta il mondo come soffio compassionevole. L’immaginazione non inventa: percepisce queste manifestazioni (tajallī), trasformando il visibile in invisibile. L’anima diventa un’officina alchemica dove le immagini persistono come corpi sottili (jism laṭīf), unendo il divino (lāhūt) all’umano (nāsūt).

Corbin illustra il “segreto della signoria” (sirr al-rubūbiyya): Dio ha bisogno dell’uomo per rivelarsi, e l’uomo di Dio per esistere. Come dice Sahl Tustarī: “La condizione signoriale divina ha un segreto, e sei tu”. L’immaginazione è il ponte: permette al cuore sufi, plastico e universale, di accogliere ogni forma divina.

Influenzato da Suhrawardī e dall’ismailismo, Corbin intreccia dialoghi con Jung (l’individuazione riecheggia l’unione con l’Angelo personale) e polemizza contro lo storicismo che riduce il sacro a fatti storici. Il testo è una chiamata contro il materialismo: se il mondo è immagine perpetua (tajaddud al-khalq), noi partecipiamo alla creazione divina trasfigurando la realtà.

Leggere Corbin oggi significa entrare in guerra contro il disincanto nichilista dominante.

 Le sue pagine non offrono erudizione orientalista: aprono varchi di ricerca e meraviglia.

Ci ricordano che l’uomo non è nato per abitare un universo morto, ma un cosmo simbolico, attraversato da angeli, visioni e corrispondenze segrete.

Ciò che fu intuito da Baudelaire e che condusse alla follia Holderlin e Nietzsche, ciò che Blake testimoniò e Jung provò a dimostrare su un piano scientifico, qui è da Corbin esplorato sulle orme del gigante Ibn’Arabi.

 L’immaginazione, lungi dall’essere fuga ed evasione, è lo strumento privilegiato, e dimenticato, della conoscenza sacra.

Riscopriamolo come ponte trasfigurante verso il reincantamento del mondo.