Quel brivido lungo la schiena avvertito da molti spettatori durante la visione di Obsession – e che ne ha decretato il meritatissimo successo – parla, e forte, a una porzione dell’essere umano estremamente primitiva, dotata di radici profonde e biforcate. Sotto la superficie della pellicola si muove un meccanismo vecchio come il mondo, radicato in quell’illusione di controllo tutta umana che possiamo racchiudere in un unico, perentorio avvertimento: attento a ciò che desideri.

Per comprendere appieno la portata di questa trappola (…), è necessario fare due salti indietro. Spogliamoci di qualsiasi abito talare e liberiamoci di qualche secolo di morale cristiana, così da reintrodurre il concetto di Demonico in netto contrasto con quello alterato di Demoniaco. La differenza è abissale, ma per la maggior parte delle persone questa distinzione è ormai sbiadita e i due termini sono considerati, semanticamente parlando, sovrapponibili. Se il demoniaco – soprattutto nella cinematografia horror di consumo – evoca il male assoluto, lo zolfo, i corpi contorti e volti distorti da esorcizzare tra emesi verde pistacchio, il concetto classico e antropologico di demonico (dal greco Daímōn, ovvero “essere divino” o “guida”) è qualcosa di molto più ambiguo, intimo, sfaccettato e liminale. Il Daimon era un’entità capace di agire in maniera sia benigna che maligna nei confronti dei mortali, ma sempre attraverso un approccio strettamente connesso ai nostri propositi primordiali nel mondo fenomenico e noumenico. I Demoni antichi avevano infatti la capacità di condizionare la vita degli uomini, conducendoli – attraverso suggestioni, intuizioni, imbeccate o vincoli – verso il proprio destino o, se vogliamo guardare la questione in modo più lucido ed esoterico, verso la propria reale volontà, la propria orbita, la propria natura o il proprio Sé.

Per questo motivo potevano essere considerati sia spiriti tutelari che forze capaci di causare sventure, malattie e tentazioni imperative sul destino umano. Il Daimon era, in sostanza, un catalizzatore trascendentale: un’entità capace di instradarci su un binario che ci avrebbe condotto verso la risoluzione della nostra esistenza, verso un punto di svolta cruciale. Se l’esito finale sarebbe stato salvifico o catastrofico, non dipendeva dal Demone, ma dalla natura profonda dell’essere umano.
Questa intrinseca mutevolezza fu la ragione principale per cui il Cristianesimo – storicamente poco incline a tollerare sfumature indefinite a metà strada tra il bene e il male – finì per livellare i Demoni esclusivamente sulla loro polarità negativa, associandoli unicamente a vizi, tabù, malattie, lussuria e angoscia. Eppure, il concetto primordiale di Demone lo incontriamo almeno un millennio prima del filtro cristiano, radicato nelle fonti della cultura mediterranea, da Omero a Esiodo.
«Poi, dopo che la terra questa stirpe ebbe coperto, essi sono, per volere del grande Zeus, dèmoni propizi, che stanno sulla terra, custodi dei mortali, e osservando le sentenze della giustizia e le azioni scellerate, vestiti di aria nebbiosa, ovunque aggirandosi sulla terra, dispensatori di ricchezze: questo privilegio regale posseggono.» (Esiodo)
La sua genesi è ricollocabile a quelle forme di sacralizzazione del mondo tipiche delle religioni antiche, dove la continuità tra sacro e profano, tra natura e spirito, poggiava su una visione cosmica unitaria, specchio della proiezione psicologica che l’essere umano attuava in quel momento storico sulla sua percezione del mondo esterno.
Dopo i due salti indietro che vi ho suggerito, facciamone uno in avanti, atterrando tra il XVII e il XVIII secolo, l’epoca in cui le fiabe e le favole popolari iniziano a essere raccolte e pubblicate in forma scritta. È qui che i Demoni (ri)fanno la loro comparsa, in modo più o meno esplicito, conservando intatte le proprie caratteristiche originarie. Diventano guide, tentatori o avversari, figure intermedie tra l’umano e il soprannaturale capaci di alterare il destino di chi le incontra.
Nelle Mille e Una Notte, il Genio della lampada di Aladino rappresenta una forza titanica in grado di esaudire desideri e stravolgere la vita del protagonista; tuttavia, la sua potenza è intrinsecamente ambigua e impone al ragazzo di ponderare le proprie scelte con saggezza. Allo stesso modo, il Pifferaio Magico di Hamelin, che con la musica incanta prima i topi e poi i bambini, può essere letto come una figura demonica che punisce i comportamenti della comunità, lasciando una lezione spietata sul costo dei patti non rispettati.

Persino nella favola di Cenerentola, la Fata Madrina, pur mutando le sorti della protagonista, impone una regola ferrea (il ritorno entro la mezzanotte), sottolineando come ogni dono di potere esiga cautela e responsabilità. Nelle fiabe, così come nei miti di tutto il mondo, queste figure assumono spesso le sembianze del Trickster: l’imbroglione, il ciarlatano trascendentale. Questa entità non nega mai il desiderio all’eroe; al contrario! glielo concede alla lettera. Il suo inganno si basa sulla malicious compliance (l’adempimento malevolo), ovvero risponde all’esatta formulazione linguistica della richiesta, ignorando deliberatamente l’intento morale o emotivo di chi la esprime. Vi suona familiare?
Facciamo l’ultimo balzo, sempre in avanti, per riallinearci al presente, nel buio di una sala cinematografica. Il bastoncino magico chiamato One Wish Willow spezzato nel film Obsession, non è altro che l’ultima incarnazione della lampada di Aladino o della Fata Madrina in Cenerentola. Qui l’ossessione di Bear per Nikki non crea un amore sano; la realtà viene letteralmente distorta per far collimare l’universo di una persona con la disperata richiesta di un’altra. L’amore si fa così totalizzante, tossico, violento e privo di qualsiasi argine razionale. Anche in questo microcosmo moderno, l’uso del dono esige il rispetto delle leggi morali: o siamo noi a dominare l’energia liberata, o sarà lei a dominare noi, senza alcuna possibilità di rettifica.
Nel film viene menzionato ironicamente anche un numero di assistenza clienti sulla scatola del gioco, ma dall’altra parte della cornetta si avvertono solo urla o inutili risposte. Questo dettaglio descrive alla perfezione la natura del Daimon: una volta sprigionata la forza vitale o compiuta una scelta esistenziale profonda, non si può tornare indietro. Non esiste alcun Ctrl+Z per le conseguenze delle nostre azioni.
Si può desiderare follemente l’amore di una persona o ricchezze gargantuesche, ma si rischia di rimanere vittime e schiavi di quello stesso desiderio, senza mai potersi sentire davvero amati, sazi o ricchi. Se non sei pronto a governare l’energia che hai liberato, quella stessa energia ti si rivolterà contro, divorandoti. Il cinema moderno incarna spesso questo collasso in un genere chiamato Horror. Gli antichi lo chiamavano Hybris: la tracotanza di chi crede di poter manipolare il destino a proprio piacimento, esplicitata nel film in quel gesto prepotente di spezzare il bastoncino magico. Che abbiano la forma di un ramoscello dei desideri, di un Gatto con gli Stivali o di un Demone dell’ Ars Goetia come Paimon, al galoppo del suo dromedario, queste figure non sono semplici dispensatori di doni. Sono manifestazioni di forze che – proprio come nella ritualità goetica – possono apportare abilità, gioia e successo, ma recano in dote lo stesso avvertimento: ogni potere richiede una responsabilità immensa. I secoli passano, ma il monito resta identico.
Se il demoniaco cristiano, dall’alto di un ipocrita pulpito, tende a deresponsabilizzarci (“è il diavolo che mi ha tentato”), il demonico classico e il trickster folkloristico rimettono l’uomo esattamente al centro del proprio dramma. Il One Wish Willow non introduce un male esogeno nella realtà dei due protagonisti Bear e Nikki. Si limita, come accade nelle fiabe più oscure, a prendere un impulso umano – in questo caso un attaccamento affettivo esasperato – e a liberarlo da ogni freno inibitore. Non il mostro sotto il letto, dunque, ma il ben più grave peso specifico delle nostre intenzioni.
«Inoltre rimane la cura di non insozzare il demone che ha preso dimora nel nostro petto, la cura di non turbarlo con impressioni confuse e molteplici; di mantenerlo sereno e benigno, tributandogli rituale e onore come a un Dio; e non dire nulla che sia contrario al vero; non far nulla contro giustizia.» (Marco Aurelio)

Bibliografia
Crowley, Aleister, Goetia, CTA102, 2014.
Fusco, Sebastiano, La Chiave di Salomone, Venexia, 2006.
Listrani, Fabio, Goetia – I 72 Demoni nella Magia Evocatoria, Lo Scarabeo, 2025.
Listrani, Fabio, Notoria – I 72 Angeli nella Magia Evocatoria, Lo Scarabeo, 2025.
Zaffarana, Corinna, Demoni, Formamentis 2021.