Recensione

Contro la separazione. La poesia in Verso Bisanzio

Il mondo attuale sembra non poter concepire la poesia poiché, a differenza dell’urgenza del vivere nel necessario bisogno, simula una inesauribile abbondanza

di Beatrice Harrach Poesia

Nata dalla volontà musicale di Dio, la poesia è viatico umano tra rigore artigianale e grazia: unisce la fatica del verso all’ebbrezza sacra dell’ispirazione, come una nutrizione spirituale da cui il poeta riceve la possibilità stessa del canto. È da qui che prende le mosse Verso Bisanzio. La poesia e l’Occidente, raccolta di saggi scelti e tradotti a cura di Eduardo Ciampi che ne indaga i fondamenti ontologici: attraverso il Logos, la Parola, si può dire l’indicibile e mostrare l’invisibile, manto eterno che sostanzia l’esistente. Il vero poeta vive, nel processo creativo – o meglio con-creativo – i misteri dell’ispirazione, dell’autoconoscenza e della presenza spirituale. Dopo la prefazione di Flavio Ferraro e l’introduzione del curatore, il volume riunisce le voci di Ali Lakhani, Patrick Laude, Philip Sherrard e Charles Upton, autori in gran parte ancora poco noti al pubblico italiano. La lettura dell’opera è stata per me un divertente processo di ricerca: una di quelle cacce al tesoro che si fanno da fanciulli, in cui il tesoro non è ciò che giace nascosto sotto la roccia, quanto piuttosto l’avventura che rende irti i sensi e acuisce lo sguardo. Così, si nota sotto una luce diversa lo stesso mondo che c’era stato sempre sotto gli occhi, ma così vivido e carico da dare ebbrezza e gioioso stordimento.

Verso Bisanzio ...La Poesia e l'Occidente
Verso Bisanzio …La Poesia e l’Occidente, Ciampi Editore, 2025

L’indagine sulla poesia è cosa tarda, d’altronde interrogarsi su un fondamento può essere affare d’interesse solo per chi ne abbia dimenticato la posa, ed anche tra le speculazioni di chi scrive è giunta piuttosto tardi. Tuttavia, i vari saggi, specialmente quelli di Sherrard, vicino per sensibilità umana, hanno permesso a varie radure di pensiero, spesso adombrate dal fitto della selva di pensieri virtuosisti, di farsi chiare, nitide ed aperte. Trovando punto di partenza nel saggio di Lakhani, «Metafisica dell’espressione poetica»: il poeta si fa imago Dei, poiché Dio stesso è il «poeta perfetto». Si schiude immediatamente il fiore che permette all’uomo di capire il linguaggio di Dio, la Grazia, suggerita dalla lettura dell’ispirazione alla luce dello Ione platonico. Ne discende un modo di intendere la poesia che non è privilegio d’élite, quanto la vocazione originaria di ogni creatura: quando il puro desiderio di lodare precede la tecnica, l’ascolto della natura – prima poesia – schiude, nell’umile affidamento al Creatore, il fuoco improvviso dell’ispirazione. Oltre ogni possibile dualismo tra carne e spirito, la creazione si rivela allora parola del Divino: la discesa del poeta nell’oscurità della materia e della storia non assomiglia alla perdizione del crapulone, quanto – semmai – a un riposo nel grembo da cui la parola emerge radiosa di luce profetica.

Lo svuotamento

Il poeta è l’ospite del poetare. Sebbene la disciplina del labor limae possa insegnargli a farsi piccolo, la maestria lirica non coincide con la mera erudizione: imbrigliare la parola con orgoglioso dominio rischia di recidere il legame con il suo principio generante. Prima di plasmare la forma, occorre dunque estirpare ogni radice di superbia e coltivare la docilità dello spirito; senza questo atteggiamento interiore, l’abilità tecnica degrada a semplice artificio e a sterile rappresentazione dell’ego. La vera parola non può nascere, infatti, dal dominio dell’autore sulla materia, ma da una disposizione che permetta alla forma sempiterna di emergere. Il poeta deve preparare la terra e non appropriarsi del germoglio; deve rendersi abbastanza piccolo e sufficientemente ampio perché qualcosa possa attraversarlo. L’atto poetico si rivela allora come una radicale kenosis: uno svuotamento che esige la spoliazione di ogni superbia (intellettuale, persino caritatevole). Solo rendendosi vuoto – silenzio accogliente – il poeta cessa di essere artefice di simulacri egoici e diviene canale della Grazia. Eppure questo deve avvenire necessariamente attraversando la materia e la prova della sua pesantezza: la parola vive così una feconda discreazione che, spogliata di ogni ingombro, elegge il vuoto a suo vero oggetto incipiente, distillando attraverso la dolce-acre contingenza la pura grazia dell’Awen.

Tradizione: radicamento e trasmissione; fiato e fiamma

La parola, una volta liberata dall’individuo, diviene tutt’altro che anonima: torna a una comunione più vasta. Il poeta eredita una materia che lo precede con cui si confronta nel riceverla, per accordarla mediante la propria voce e, così ordinatamente trasformata, trasmetterla. Purificato da ogni ingombro profano, il vate accede alla triplice eredità dei miti, dell’estro profetico e dell’antico verso, stringendosi in una comunione vivente con gli avi che per primi resero la propria voce parte di un contrappunto, le cui consonanze e dissonanze componevano l’armonia dell’Esistente. In questo canto supremo che sconfigge la tirannide della successione temporale anche nella dimensione temporale stessa, la parola evocatrice trae forza dalla summa del silenzio: è nella pausa che il respiro del cantore raccoglie e fa presenti coloro che più non sono del tempo. Attorno alla «mammella antica» degli Elleni si schiude nel volume il nucleo più fertile per la mia sensibilità. Nei due saggi di Sherrard, dedicati a Sikelianos e a Yeats, il legame viscerale tra verso e tradizione viene analizzato scardinando la memoria d’un tempo trascorso e rivelandola quale sorgente inesausta, eternamente capace di generare. La grecità di Sikelianos è inseparabile dal destino del poeta metafisico: la parola poetica va intesa come atto supremo di ricomposizione. Ne è segno la base tellurica necessaria: canti, danze e riti popolari si svelano quale sapienza viva ed evocante, che riconnette incessantemente mediante la parola al primo mistero – incomprensibile ma abitabile – della creazione. Concepire la tradizione come trama vivente, in cui l’innovazione si fa fedele prosieguo dell’ordito e l’atto poetico si rivela anche «intercomunicazione tra l’essere segreto delle cose e l’essere del Sé umano», significa ricondurre il verso all’armonia d’un’Unità che trascende il tempo, pur accettandone il moto circolare, pur accettando il suo divorare la materia.

La ferita del nostro tempo e il simbolo di Bisanzio

Verso Bisanzio. Poesie scelte
Verso Bisanzio. Poesie scelte. Testo inglese a fronte, Feltrinelli , 2018

Proprio perché vocato a identificarsi in un tempo produttivo, il mondo attuale sembra non poter concepire la poesia poiché, a differenza dell’urgenza del vivere nel necessario bisogno, simula una inesauribile abbondanza che tuttavia impone sollecitudine, meccanizzazione e, dunque, successione causale. La frattura moderna quindi non riguarda il semplice tramonto di vecchi contenuti – piuttosto accettabile, se coerente – bensì una tragica disgiunzione interna all’umano, che ha scisso la ragione dall’immaginazione, il sapere dalla poesia e l’uomo dalla natura. Tale disgiunzione, essendo intollerabile, ha condotto inevitabilmente alla rinuncia, o alla relegazione privata – persino in forma di disturbo – del «rimanente inutile». Di fronte a tale mutilazione dell’essere, la tradizione poetica andrebbe riaffermata come custode d’un’unità primordiale antecedente a ogni separazione, capace di medicare la ferita del nostro tempo. In questa medesima ricerca d’un’unità perduta s’inscrive il principio materno individuato da Sherrard: contro il dominio d’una civiltà asservita a una «falsa e artificiale mascolinità», feroce e inconcludente, esso riafferma la custodia, l’amore e la fecondità dello sviluppo interiore. A tale prospettiva risponde la metafora della germinazione: la forma poetica non può essere fabbricata dall’artificio intellettuale, ma si lascia generare dal grembo fecondo della vita – della vita tutta.
È l’immagine di Bisanzio, nel saggio di Upton sulla città nella simbologia di Yeats, a dare a questo cammino la sua meta: non un luogo – lo spazio è preda anch’esso – ma l’Unità a cui il verso si rivolge. Chiude il volume Laude, con «Dei Fondamenti e delle Norme della Poesia», che torna sulle condizioni stesse del poetare.

Perché leggerlo

Perché restituisce alla poesia ciò che la sciattezza contemporanea ha finito per sottrarle: relegandola a ornamento o autoespressione. Si pone nuovamente quale strumento di comprensione e di cura. Perché riunisce, intorno a un unico nucleo, itinerari diversi: l’ortodossia di Sherrard, il pensiero tradizionale di Lakhani e Laude, il percorso di Upton dalla beat generation e dai movimenti New Age fino alla Tradizione. E perché offre al lettore italiano un accesso prezioso a saggisti per lo più non ancora tradotti.
«Fatica senza fatica», l’ultima e finale comprensione, che indica la necessità di liberare il lavoro – che la condizione umana impone – dal peso del giogo.

È un libro per chi scrive e per chi legge poesia, e per chiunque senta che la parola abbia ancora il Vuoto da sostenere.